STORIE DI VITA E CORAGGIO: "GUAI A QUEL PAESE CHE HA BISOGNO DI EROI" – Civate News





STORIE DI VITA E CORAGGIO: “GUAI A QUEL PAESE CHE HA BISOGNO DI EROI”

ANNONE – “Veramente coinvolgente e toccante l’incontro svoltosi ad Annone a coronamento dell’edizione 2019 di “Adamo dove sei ?”, rassegna dedicata all’eloquente tema “Storie di vita e di coraggio”. Umberto Ambrosoli, con lucida e pur appassionata narrazione, ha illustrato la vita di suo padre Giorgio, avvocato liquidatore della Banca Privata Italiana di Michele Sindona e da lui fatto uccidere per mano mafiosa nel luglio del 1979.

Ambrosoli, con toni tutt’altro che retorici, ha ripercorso le tappe salienti della vicenda esemplare di un uomo, un professionista e soprattutto un cittadino che non ha voluto piegarsi ad un sistema di potere che intendeva caricare sulla collettività le conseguenze di comportamenti truffaldini della cosiddetta “finanza creativa”, come la si chiamerebbe oggi, legata a doppia mandata ad interessi economici e politici arrivati anche a coinvolgere lo IOR, l’istituto bancario vaticano per le opere religiose.

Un tuffo nelle vicende di un passato tutt’altro che inattuale che mi ha fatto riaffiorare con forza ricordi ed emozioni provate alla lettura del prezioso libro di Corrado Stajano (“Un eroe borghese”) che ha fatto conoscere al grande pubblico, come anche le sue versioni cinematografiche, la testimonianza di quest’uomo peraltro solo “prestato” alle istituzioni.

Durante l’incontro  nello spazio dedicato agli interventi dal pubblico, quanto mai numeroso e attento, non ho potuto quindi esimermi da porre alcune domande e considerazioni. Nel mio breve intervento avevo fatto riferimento al termine “eroe” parafrasando un significativo detto di Bertolt Brecht “ Guai a quel Paese che ha bisogno di eroi”.

Umberto Ambrosoli, partendo invece solo dal termine “eroe” spesso effettivamente utilizzato in ritualistiche celebrazione nei confronti di uomini esemplari , ne aveva in qualche modo stigmatizzato l’uso in ragione del rischio di creare attorno ad essi un alone di “straordinarietà”. Una “straordinarietà” che può, pur involontariamente, alimentare una de-responsabilizzazione della coscienza di ognuno di noi delegando “comodamente” così a pochi il compito di una “normalità” quotidiana nel perseguire la giustizia ed il senso di responsabilità verso se stessi e la collettività.

In sostanza la stessa visione che aveva mosso me nel citare quella frase sopra riportata. Ecco l’equivoco che ho chiarito poi con Ambrosoli stesso a fine incontro, essendo io convinto da sempre che ognuno debba fare in prima persona la propria parte per garantire una convivenza civile degna di tale nome. Ma mi preme spiegare meglio un altro concetto, pur citato nel mio intervento necessariamente contenuto vista l’esiguità dei tempi previsti per le interlocuzioni.

E’ quell’essermi detto arrabbiato dal comportamento di “certo Stato” nei confronti di uomini come Ambrosoli. Faccio riferimento a quelle parti tutt’altro che secondarie del nostro Stato che, invece di proteggere coloro che si battono per la collettività, li ha lasciati spesso soli se non addirittura li ha contrastati utilizzando in modo subdolo vari livelli e componenti dei propri apparati, come la storia ci ha insegnato e continua ad insegnarci.

Uomini delle istituzioni ma anche della società civile il cui elenco fa soffrire il cuore. Eccone alcuni tra i tanti esempi :

Il generale Dalla Chiesa inviato per combattere la mafia ma lasciato poi solo in balìa del sistema politico-economico mafioso; il giornalista Giuseppe (Pippo) Fava non protetto dopo le sue denunce contro la commistione tra certa imprenditoria siciliana e la mafia come anche Libero Grassi, imprenditore coraggioso che aveva denunciato il “pizzo” e poi lasciato isolare; Rosario Livatino, altrettanto lasciato solo,  uno di quei “giudici ragazzini” a cui l’ex presidente della Repubblica Cossiga non avrebbe nemmeno affidato l’amministrazione di una modesta casa di campagna.

Peppino Impastato giornalista e attivista che denunciava la tracotanza mafiosa, addirittura  inizialmente accusato di terrorismo; Aldo Moro con tutti i misteri che hanno accompagnato la sua morte peraltro ancora irrisolti; i depistaggi plurimi e destabilizzanti operati da apparati statali, ai massimi livelli dei servizi segreti, nelle varie stragi non a caso definite “stragi di Stato”; le morti di Falcone, Borsellino e le loro scorte tanto esposti a  delegittimazioni plurime in vita quanto retoricamente celebrati dopo la loro scomparsa; l’assassinio di Marco Biagi lasciato senza scorta anche perché definito da un ministro come un “rompiballe”.

Venendo su su ai nostri giorni la strisciante e sottile  delegittimazione  di magistrati come Di Matteo o Gratteri impegnati da anni con equilibrio e professionalità nel tentativo di dipanamento della cosiddetta trattativa tra “Stato e mafia” e della lotta alla ‘ndrangheta.. tutte le contraddizioni di uno Stato a volte più impegnato, anche agli occhi dell’opinione pubblica, a vanificare gli sforzi di verità che a sostenerli.

Esemplare in questo senso anche l’assassinio nel 1980 di Piersanti Mattarella, ex presidente della Sicilia e fratello dell’attuale Presidente della Repubblica, che ebbe a dire alla propria segretaria, di ritorno da un incontro a Roma con l’allora ministro degli Interni appartenente al suo stesso partito , che se gli fosse successo qualcosa di grave sarebbe stato da collegare a quell’incontro.

E’ questo, dicevo, che mi fa indignare per tutti questi casi e quant’altri, oltre a quelli che non sapremo mai, e cioè che chi opera per la Collettività troppo spesso, più che dal “nemico” conclamato che ha di fronte, si debba guardare “alle proprie spalle” magari lasciate sguarnite da chi lo dovrebbe proteggere. Non è un caso che ai funerali di Giorgio Ambrosoli non ci fossero le istituzioni, se non 2 esponenti della Banca d’Italia.

Come dire che la credibilità delle istituzioni, che ci hanno giustamente insegnato a rispettare (e che occorre ancora  rispettare) passa anche dal “volto reale” che le rappresenta. A questo riguardo non posso non ricordare ad esempio il volto di Giulio Andreotti che, rispondendo durante un’intervista televisiva di qualche tempo fa ad un blasonato giornalista, aveva affermato che Ambrosoli “se l’era un po’ cercata” …. e questo dopo aver lui definito Sindona, ai tempi del suo ”impero finanziario”, il “difensore della Lira”ed avendone in vari modi appoggiato l’operato.

Come del resto, a mio parere, occorre tener ben presente ciò che Giovanni Falcone aveva detto qualche tempo prima della sua morte e cioè che  non si possono pretendere eroismi da inermi cittadini senza impegnare tutte le forze migliori delle istituzioni. Quindi l’impegno di ognuno rimane la base di ogni convivenza civile degna di tale nome ma occorre pure saper discernere chi realmente opera per il Bene Comune e soprattutto  non bisogna lasciare soli quelli più esposti  in questa lotta quotidiana.

In particolar modo coloro che sono impegnati in prima persona, con vero “senso dello Stato e della Collettività”, nei ruoli istituzionali e civici anche in ragione dell’esempio di coerente e “normale” testimonianza  che possono rappresentare nei confronti dei comuni cittadini. E, come sarebbe dovuto accadere per Ambrosoli e altri che ancor oggi si espongono quotidianamente per la Collettività, il non girare la testa dall’altra parte compete ad ognuno di noi”.

Germano Bosisio

 

 

 

 

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