UNI3: NEL NUOVO INCONTRO IL TEMA DELLA MISERICORDIA NE “I PROMESSI SPOSI”

VALMADRERA – Ieri, mercoledì nell’auditorium del Centro Culturale Fatebenefratelli di Valmadrera il quarto incontro dell’attuale stagione di UNI3, l’Università della Terza Età di Valmadrera. L’incontro, condotto dal sindaco Antonio Rusconi di fronte a una settantina di spettatori, ha avuto come cardine il tema della misericordia attraverso la lettura di alcuni brani de “I Promessi Sposi”. L’appuntamento è stato introdotto dall’assessore ai Servizi Sociali Rita Bosisio, che ha proposto una breve presentazione del relatore e del suo curriculum.

Antonio Rusconi ha sottolineato l’importanza de “I Promessi Sposi” nella formazione di una lingua per l’Italia Unita: un elemento di coesione nazionale considerato centrale da Manzoni, che pure nella vita quotidiana si divideva giocoforza fra francese e dialetto lombardo, e portato avanti attraverso un lavoro pluridecennale. L’opera di Manzoni è infatti tutt’altro che frutto di una ispirazione fulminante: si tratta piuttosto di un finissimo e quasi interminabile lavoro di cesello, che ha permesso di dare a ogni parola del romanzo un peso, sia formale che di significato, che normalmente è prerogativa della poesia più che della prosa. Non a caso Manzoni, ancora vivo e onorato in una Italia da poco riunita, per la sua opera sarà nel 1862 presidente della commissione per l’unificazione lingua italiana.

La chiave di lettura scelta, dalla quale deriva anche la selezione dei brani letti, è quella della misericordia. Il termine deriva dal latino, misereor (avere pietà) e cor (cuore), indicando quindi la compassione per la miseria altrui: condividere la sofferenza dell’altro. Nella tradizione cristiana il misericordioso per eccellenza è Dio, che offre amore senza condizioni, senza limiti. Ne “I Promessi Sposi” Manzoni gioca anche sulla differenza fra la misericordia autentica e la misericordia ipocrita: quella che si aspetta qualcosa in cambio, quella che diventa potere sull’altro, che diventa giudizio.

Il primo episodio trattato è quello di fra Cristoforo e fra Fazio nella notte in cui accolgono nel convento Renzo e Lucia fuggiaschi: se fra Cristoforo attua la misericordia autentica e viva, preoccupato solo della salvezza dei due giovani, Fazio si lascia bloccare dal formalismo della regola, tanto che paradossalmente sarà solo la sua sottomissione a una frase di fra Cristoforo che non comprende (omnia munda mundis) a sbloccare la situazione. Nel brano si sottolinea anche l’impossibilità del cuore di prevedere il futuro, e quindi anche di conoscere l’esito della propria carità: “ma che sa il cuore? Appena un poco di quello che è già accaduto”. Ma proprio per questo si tratta di misericordia autentica: il bene che si fa non deve basarsi sulla previsione di un risultato, di un riscontro, di una corresponsione. Il bene si fa senza ricompensa.

Il secondo passo letto è quello celebre di Lucia di fronte all’Innominato: “Dio perdona tante cose, per un’opera di misericordia!”. Lucia parla con fermezza al suo rapitore, ricordandogli che anche egli dovrà morire e rendere conto delle proprie opere. Ma inserisce in questo messaggio un elemento di speranza, in cui il tormento che già da tempo divora l’Innominato trova un inaspettato ristoro. Lucia, per dare forza alla sua preghiera alla Madonna, decidere di fare voto e di rinunciare all’amore per Renzo. Una rinuncia forte, quasi totale, ma che alla fine del romanzo verrà sciolta da fra Cristoforo, in quanto si tratta di un voto che lega anche la volontà di un altro, mentre il bene che facciamo e i nostri sacrifici devono dipendere solo dalla nostra volontà e libertà.

Segue il brano ambientato nella casa del sarto, la cui famiglia rappresenta la misericordia sincera della gente semplice, esemplificata sia dall’accoglienza offerta a Lucia, sia dal piccolo dono che la figlia del sarto porta a Maria vedova. Viene quindi presentato il personaggio di donna Prassede, che Manzoni dipinge impietosamente: una nobildonna votata sì a fare del bene, e ad “assecondare il volere del cielo”, ma prendendo “per cielo il suo cervello”. Donna Prassede rappresenta una misericordia esibita, giudicante, e in definitiva manipolatoria: aiuta Lucia con lo scopo di plasmarla secondo le proprie idee, senza alcun rispetto per l’altro.

Segue il commovente brano della madre di Cecilia, che ha ispirato molti autori non solo italiani (Pascoli la riprende ne “L’Aquilone”) e che a sua volta ricalca la fine tragica di Eurialo e Niso nell’Eneide. In esso emerge un dolore profondo, silenzioso, la cui dignità riesce ad aprire una parentesi di umanità nel contesto selvaggio e degradato dell’infuriare della peste. L’intervento termina con la conclusione stessa del romanzo (anche se, come viene fatto notare, Manzoni inserirà la parola “Fine” solo dopo il testo della “Storia della colonna infame”, autentico e potentissimo epilogo dell’opera).

È Lucia, e non Renzo, a trovare e a esprimere il significato autentico della vicenda del romanzo, e con esso il pensiero dell’autore. Il “sugo della storia” infatti non è, come crede ingenuamente Renzo, una serie di insegnamenti su come evitare di mettersi nei guai e scampare alle tribolazioni. Lucia, che non ha mai fornito il minimo pretesto alle avversità e che si è sempre comportata secondo i principi della carità cristiana, ha vissuto le stesse sventure del suo più irruente innamorato. Ancora una volta, il bene fatto non ha ricompensa. Una condotta retta non ci mette in credito con Dio, non ci salva dal dolore. Ma se la fiducia in Dio non risolve i problemi, aiuta però ad accettarli con spirito positivo, ad accogliere ciò che accade nella nostra vita con animo sereno.

Il successivo incontro di UNI3 si terrà mercoledì 14 febbraio, alle 15: “Antologia di poeti dialettali”, con Giancarlo Scotti.

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